Certi ricordi non tornano, Dario Pontuale, Capire edizioni (ex CartaCanta Editore)

Certi ricordi non tornanoCi sono romanzi che ti capitano tra le mani perché magari conosci l’autore, ne apprezzi la competenza e la passione su un dato argomento (nel caso specifico, Pasolini … mica uno qualsiasi). E allora ti lasci trascinare dalla curiosità di scoprire se tale stima potrà accrescersi ulteriormente.

Altre volte può essere anche un “titolo” ad accendere la tua fantasia. Sì, la magia di un titolo può spingere certi volumi a scalare velocemente posizioni in quella lista dei “viaggi in sospeso”, quella serie di libri in lista di lettura che non diminuisce, anzi si moltiplica col tempo popolando interi ripiani delle librerie casalinghe di noi “malati di lettura”.

Succede pure che possa essere la cura dei particolari a sedurti. In questo caso, ad esempio, una copertina ben disegnata che evoca mondi lontani nel tempo o forse più semplicemente nel cuore, che si trasforma in una porta che invita a entrare, perché hai l’impressione che quanto troverai di là sarà familiare.

Questo e altro ancora ha costituito il mio personalissimo prologo alla lettura di “Certi ricordi non tornano” di Dario Pontuale, ed. CartaCanta. Un libro che mi osservava da tempo, sembrava registrare i miei movimenti ogni volta che, finita la lettura di un romanzo mi accostavo agli scaffali della libreria cercando un altro orizzonte verso il quale imbarcarmi.

Prendi me …

E alla fine il momento è arrivato.

 

Il romanzo racconta innanzitutto un luogo.

Non è un luogo immediatamente identificabile, sebbene nella mente dell’autore sicuramente ogni dettaglio nasca da un proprio vissuto. Si tratta del Barrio, un mondo indefinibile senza per questo essere irreale; un quartiere che non puoi localizzare, anche se finisci per riconoscerne una familiarità che ti riporta nei tuoi personali ricordi. Dentro quest’area della memoria, c’è un condominio un po’ alveare, progettato per ospitare la manovalanza operaia della vicina industria e al cui interno la fantasia e la dedizione di un vecchio ha fatto nascere una “biblioteca condominiale” che raccoglie e dispensa volumi di tutti i tipi: che poi sono quegli stessi che i vari condomini avrebbero buttato via a causa di un trasloco o di mutate esigenze di spazio casalingo, testi preziosi che ritrovano nuova vita diventando patrimonio comune.

E poi una vecchia fabbrica dismessa e abbandonata, l’altro vero polo del quartiere. Un tempo era l’anima attorno a cui viveva la locale porzione di umanità, ma ormai è stata abbandonata e dismessa. Alcuni hanno però voluto reagire a tale destino occupandola, nell’intento di preservarla dalle mire della multinazionale di turno la cui intenzione era di convertirla nell’ennesimo centro commerciale, e tentando di impedire la sua trasformazione in un non luogo nel quale la memoria viva che ancora la abitava si sarebbe irrimediabilmente dispersa. La vecchia fabbrica diventa allora nell’immaginario degli occupanti e di chi osserva da fuori, la Fortezza, un centro autogestito dove tutti possono incontrarsi e costruire sogni da realizzare.

In questo mondo quasi incantato si muove la quotidianità dei personaggi del romanzo. Due in particolare: il vecchio Alfiero, memoria storica del quartiere e raccordo umano delle storie che lo popolano; Michele, un giovane “aspirante ribelle” che nell’incontro col vecchio Alfiero imparerà a diventare uomo adulto.

Sono tanti i fili conduttori del romanzo. Dall’incontro/confronto generazionale all’importanza della condivisione per combattere l’anonimato dei nostri spazi abitati («Uno spazio abitato non è un insieme di costruzioni, bensì una comunità di viventi che ne determinano l’essenza con il loro modo di popo­larlo.»); il legame con i luoghi che custodiscono la vita che vi è passata, che anzi ne restano popolati anche dopo che questa vita non c’è più.

Ma soprattutto la memoria.

La memoria come unica vera ricchezza dell’uomo, quel motore antico ma perfettamente efficiente che permette di costruire un futuro senza rischiare di poggiarlo su fondamenta inesistenti. Sono i ricordi il vero protagonista della narrazione; quei ricordi evocati dalla voce narrante in un caratteristico procedere a zigzag attraverso i capitoli del romanzo, finendo per restituire in questo modo la netta impressione che non ci sia una frattura tra il già vissuto, il presente o il futuro che si affaccia all’orizzonte. E’ ancora la memoria ad abitare quei libri salvati e custoditi nella biblioteca condominiale, che diventano attraverso lo scambio con nuovi lettori che li avranno tra le mani, un modo meraviglioso di raccordare vite, esistenze.

 

Dario Pontuale è uno che sa scrivere. E sa scrivere perché sa leggere.

Non mi riferisco tanto e solo alla competenza di critico letterario che si percepisce qua e là nelle citazioni e nei tributi ai propri “padri”, tanto più belle perché nascoste tra le pieghe delle parole usate, dei ritmi evocati, delle fantasie suscitate. Meravigliose perché mai sbattute in faccia al lettore, come se arrivassero dall’alto di una conoscenza che vuole essere ostentata più che condivisa.

In punta di piedi, evocando più che affermando, il lettore si ritrova condotto, senza accorgersi, in un mondo che passo dopo passo diventa anche il suo patrimonio.

La scrittura di Dario è precisa e ricca nello stesso tempo, puntuale nel tratteggiare personaggi, luoghi, sentimenti; attraverso di essa il lettore è accompagnato fra le pagine di una storia bella e dolorosa, familiare e comune, dove la gente sa tirare fuori il meglio di sé anche nelle difficoltà, dove quello che conta veramente è finalmente la relazione che vince sull’anonimato, la condivisione che supera la tentazione del vivere ripiegati su se stessi.

La storia di un luogo che non c’è … ma che tutti abbiamo conosciuto.

Abita nei nostri ricordi.

ilgrandepier

 

Breve trama

La Fortezza è una fabbrica di liquori ormai in disuso, compressa fra il Barrio e il Fiume. Tra i palazzi del quartiere periferico svetta il civico 49, ultimo baluardo di resistenza nei confronti della Panopticon, la società proprietaria dell’impianto che vorrebbe trasformare in un moderno centro commerciale. È qui che Michele, sedici anni, viene sorpreso a scrivere una grossa O con una A all’interno su un muro dell’edificio da Alfiero, un condomino con gli occhiali alla Pertini.