La teoria di Camila, Gabriella Genisi, ed. Giulio Perrone

genisiGabriella Genisi è una delle mie scrittrici preferite e, da appassionato del genere “giallo” o “noir” che dir si voglia, sono letteralmente innamorato delle sue creazioni letterarie. Ho letto tutti i sette romanzi pubblicati da Sonzogno con protagonista la commissario di polizia Lolita Lobosco, una sorta di “Montalbano delle puglie”, personaggio di una simpatia dirompente e di una umanità coinvolgente, che probabilmente vedremo presto in una fiction televisiva. Ho amato subito anche l’ultimo arrivato, il maresciallo dei carabinieri Chicca Lopez, la giovane protagonista di “Pizzica amara”, un noir in piena regola ambientato tra i misteri del Salento, edito nella collana Nero di Rizzoli.

Insomma, Gabriella è una scrittrice che sa cambiare registro e lo dimostra il successo di entrambi i suoi filoni narrativi. Siamo però nell’ambito del “poliziesco” e si potrebbe dire che si tratta solo di una variazione sul tema …

E invece, ecco la sorpresa.

La teoria di Camila è un autentico gioiellino “fuori catalogo”, una storia totalmente diversa, un genere completamente altro. Succede talvolta che gli autori restino incastrati nei loro personaggi, nei loro percorsi narrativi più collaudati. A volte questo può accadere per pigrizia, altre può prevalere la paura che i lettori non premino lo sforzo, perché spiazzati dalla novità. Succede nella musica, succede anche nella scrittura. Ma quando si ha il coraggio di rischiare possono accadere cose belle. Come in questo caso.

Il romanzo racconta una di quelle esperienze che sono talmente comuni eppure così straordinariamente uniche. E’ la storia di un uomo, Marco …

“… quarantanove anni, due figli, una moglie, un’ex moglie, un’amante, un paio di amichette per evasioni a macchia di leopardo, il mutuo della casa da pagare, una barca in società con un paio di amici, diciotto mesi di rate per l’auto nuova. Un lavoro che non mi piaceva. Oltre a una quasi sorella che viveva da vent’anni in Australia e mi mancava tantissimo. Tanta roba, in effetti. E tutta adulta. Eppure non era bastata a farmi diventare grande

la cui vita cambia nell’istante nel quale gli arriva un sms della badante del padre:

Me ne resi conto in pochi minuti. È quando perdi tuo padre che tutto cambia, che cresci di colpo, che scavalchi il muro e passi dall’altra parte della tua vita”.

E’ la storia di una notte. La notte nella quale, entrando nella camera del padre ormai morto, Marco apre improvvisamente gli occhi. E’ la notte della presa di coscienza. E’ la notte che cambierà tutto e porterà a fare delle scelte finalmente adulte.

Il tema è quello dei rapporti familiari. Ciò che respiriamo nella famiglia d’origine “verrà con noi” nei rapporti che costruiremo da adulti, nella famiglia che formeremo da grandi. Nel bene e nel male.

Mi ha molto colpito, in questo senso, uno degli aspetti presenti nella storia. Il padre di Marco ha rinunciato alla felicità per un senso del dovere: la donna che ha sposato non è la donna che amava davvero, ma non ha avuto il coraggio di lasciarla per una forma di “rispetto” e di protezione nei confronti dei figli … e il risultato è quest’amara constatazione:

“… Oggi sempre di più annego nella consapevolezza di aver sbagliato tutto. Il mio sacrificio, quello di Anna, non servì a rendervi felici. Non tu, non Marina […] Non commettere gli stessi errori miei e di tua madre. Vivi la tua vita adesso. Non ce n’è un’altra, credimi. E ti prego, ripara i miei errori. Quelli che ho fatto con te”.

Già, forse prima di tante altre cose bisognerebbe saper insegnare e testimoniare ai figli che si deve cercare la felicità invece di accontentarsi e di rinunciare.

Rapporti da ricostruire o, in qualche caso, da tagliare nel nome della verità. La morte, come sempre, quando ci raggiunge ci rende essenziali, ci fa dare valore a ciò che più lo merita. E senza rischiare di svelare la trama, Marco da questa notte uscirà rinnovato.

Ma è anche un romanzo che rompe i cliché. Uno di questi è sicuramente quello dell’assistenza domiciliare alle persone anziane o non più autosufficienti. E’ un servizio che sappiamo come sia generalmente affidato in gran parte a donne straniere, con tutta la “mitologia” che spesso accompagna la categoria delle “badanti”. Beh, Gabriella esattamente come per i suoi personaggi più famosi, crea con Camila una donna fuori dagli schemi. E’ lei, a mio parere, la vera protagonista del romanzo. Una protagonista silenziosa, che sa stare al suo posto … ma la cui teoria (che non vi svelo, state tranquilli) è il vero motore, l’innesco fondamentale di ogni cambiamento e scelta nuova che Marco assumerà da quel letto di morte. Una teoria che dovremmo … abbracciare anche noi nei nostri rapporti quotidiani.

Gabriella Genisi scrive con grande delicatezza e profondità. Mi stupisce la sua grande capacità di descrivere e far emergere i sentimenti di un uomo. Anzi, due in realtà: gran parte del romanzo è, infatti, narrato in prima persona da Marco e in secondo luogo dal padre attraverso la lettera che scrive al figlio. E’ veramente incredibile come Gabriella riesca così bene, da donna, a interpretare e mettere su carta i sentimenti di due uomini. Lo dico perché mi sono ritrovato perfettamente descritto in alcune sensazioni che anch’io ho sperimentato quando anni fa ho perso mia madre e mi sono ritrovato nella stessa situazione del protagonista del romanzo.

Una storia triste ma non cupa, drammatica come può essere la perdita di una persona cara ma carica di speranza. Una storia che insegna come la vita valga molto di più di un rimpianto e che c’è sempre la possibilità di riprenderla in mano e viverla pienamente: basta non rinunciare, non lasciarsi sopraffare dalla paura. Una storia raccontata senza cadere nella banalità e soprattutto con la sensibilità propria di una bravissima scrittrice. Una storia che mi ha fatto bene leggere, specie di questi tempi.

Brava, Gabriella …

ilgrandepier

Il romanzo in due parole

Non esiste un’età definita per diventare adulti, accade quando muore un genitore, che tu abbia cinque anni o cinquanta. È così anche per Marco, un ingegnere romano, una sera, dopo una partita di calcetto. La telefonata di Camila, la badante di suo padre, lo proietterà in pochi secondi in un’altra parte della vita. Nell’ora successiva Marco si ritrova a girovagare nella notte di Roma, incapace di accettare il lutto, incapace di comunicare con chiunque. Quando prende coscienza, ad aiutarlo in questo difficile passaggio troverà Camila. La stessa donna che in qualche modo lo ha allontanato da suo padre, occupandone lo spazio emotivo, sottraendo comprensione e tenerezza. In una notte lunghissima e dolorosa passata a fare i conti con gli errori del passato, con un futuro ancora tutto da vivere, si riannoda un filo spezzato tra un padre che non c’è più e un figlio che non riesce a smettere di averne bisogno.

 

 

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Certi ricordi non tornano, Dario Pontuale, Capire edizioni (ex CartaCanta Editore)

Certi ricordi non tornanoCi sono romanzi che ti capitano tra le mani perché magari conosci l’autore, ne apprezzi la competenza e la passione su un dato argomento (nel caso specifico, Pasolini … mica uno qualsiasi). E allora ti lasci trascinare dalla curiosità di scoprire se tale stima potrà accrescersi ulteriormente.

Altre volte può essere anche un “titolo” ad accendere la tua fantasia. Sì, la magia di un titolo può spingere certi volumi a scalare velocemente posizioni in quella lista dei “viaggi in sospeso”, quella serie di libri in lista di lettura che non diminuisce, anzi si moltiplica col tempo popolando interi ripiani delle librerie casalinghe di noi “malati di lettura”.

Succede pure che possa essere la cura dei particolari a sedurti. In questo caso, ad esempio, una copertina ben disegnata che evoca mondi lontani nel tempo o forse più semplicemente nel cuore, che si trasforma in una porta che invita a entrare, perché hai l’impressione che quanto troverai di là sarà familiare.

Questo e altro ancora ha costituito il mio personalissimo prologo alla lettura di “Certi ricordi non tornano” di Dario Pontuale, ed. CartaCanta. Un libro che mi osservava da tempo, sembrava registrare i miei movimenti ogni volta che, finita la lettura di un romanzo mi accostavo agli scaffali della libreria cercando un altro orizzonte verso il quale imbarcarmi.

Prendi me …

E alla fine il momento è arrivato.

 

Il romanzo racconta innanzitutto un luogo.

Non è un luogo immediatamente identificabile, sebbene nella mente dell’autore sicuramente ogni dettaglio nasca da un proprio vissuto. Si tratta del Barrio, un mondo indefinibile senza per questo essere irreale; un quartiere che non puoi localizzare, anche se finisci per riconoscerne una familiarità che ti riporta nei tuoi personali ricordi. Dentro quest’area della memoria, c’è un condominio un po’ alveare, progettato per ospitare la manovalanza operaia della vicina industria e al cui interno la fantasia e la dedizione di un vecchio ha fatto nascere una “biblioteca condominiale” che raccoglie e dispensa volumi di tutti i tipi: che poi sono quegli stessi che i vari condomini avrebbero buttato via a causa di un trasloco o di mutate esigenze di spazio casalingo, testi preziosi che ritrovano nuova vita diventando patrimonio comune.

E poi una vecchia fabbrica dismessa e abbandonata, l’altro vero polo del quartiere. Un tempo era l’anima attorno a cui viveva la locale porzione di umanità, ma ormai è stata abbandonata e dismessa. Alcuni hanno però voluto reagire a tale destino occupandola, nell’intento di preservarla dalle mire della multinazionale di turno la cui intenzione era di convertirla nell’ennesimo centro commerciale, e tentando di impedire la sua trasformazione in un non luogo nel quale la memoria viva che ancora la abitava si sarebbe irrimediabilmente dispersa. La vecchia fabbrica diventa allora nell’immaginario degli occupanti e di chi osserva da fuori, la Fortezza, un centro autogestito dove tutti possono incontrarsi e costruire sogni da realizzare.

In questo mondo quasi incantato si muove la quotidianità dei personaggi del romanzo. Due in particolare: il vecchio Alfiero, memoria storica del quartiere e raccordo umano delle storie che lo popolano; Michele, un giovane “aspirante ribelle” che nell’incontro col vecchio Alfiero imparerà a diventare uomo adulto.

Sono tanti i fili conduttori del romanzo. Dall’incontro/confronto generazionale all’importanza della condivisione per combattere l’anonimato dei nostri spazi abitati («Uno spazio abitato non è un insieme di costruzioni, bensì una comunità di viventi che ne determinano l’essenza con il loro modo di popo­larlo.»); il legame con i luoghi che custodiscono la vita che vi è passata, che anzi ne restano popolati anche dopo che questa vita non c’è più.

Ma soprattutto la memoria.

La memoria come unica vera ricchezza dell’uomo, quel motore antico ma perfettamente efficiente che permette di costruire un futuro senza rischiare di poggiarlo su fondamenta inesistenti. Sono i ricordi il vero protagonista della narrazione; quei ricordi evocati dalla voce narrante in un caratteristico procedere a zigzag attraverso i capitoli del romanzo, finendo per restituire in questo modo la netta impressione che non ci sia una frattura tra il già vissuto, il presente o il futuro che si affaccia all’orizzonte. E’ ancora la memoria ad abitare quei libri salvati e custoditi nella biblioteca condominiale, che diventano attraverso lo scambio con nuovi lettori che li avranno tra le mani, un modo meraviglioso di raccordare vite, esistenze.

 

Dario Pontuale è uno che sa scrivere. E sa scrivere perché sa leggere.

Non mi riferisco tanto e solo alla competenza di critico letterario che si percepisce qua e là nelle citazioni e nei tributi ai propri “padri”, tanto più belle perché nascoste tra le pieghe delle parole usate, dei ritmi evocati, delle fantasie suscitate. Meravigliose perché mai sbattute in faccia al lettore, come se arrivassero dall’alto di una conoscenza che vuole essere ostentata più che condivisa.

In punta di piedi, evocando più che affermando, il lettore si ritrova condotto, senza accorgersi, in un mondo che passo dopo passo diventa anche il suo patrimonio.

La scrittura di Dario è precisa e ricca nello stesso tempo, puntuale nel tratteggiare personaggi, luoghi, sentimenti; attraverso di essa il lettore è accompagnato fra le pagine di una storia bella e dolorosa, familiare e comune, dove la gente sa tirare fuori il meglio di sé anche nelle difficoltà, dove quello che conta veramente è finalmente la relazione che vince sull’anonimato, la condivisione che supera la tentazione del vivere ripiegati su se stessi.

La storia di un luogo che non c’è … ma che tutti abbiamo conosciuto.

Abita nei nostri ricordi.

ilgrandepier

 

Breve trama

La Fortezza è una fabbrica di liquori ormai in disuso, compressa fra il Barrio e il Fiume. Tra i palazzi del quartiere periferico svetta il civico 49, ultimo baluardo di resistenza nei confronti della Panopticon, la società proprietaria dell’impianto che vorrebbe trasformare in un moderno centro commerciale. È qui che Michele, sedici anni, viene sorpreso a scrivere una grossa O con una A all’interno su un muro dell’edificio da Alfiero, un condomino con gli occhiali alla Pertini.

 

Buenos Aires troppo tardi, Paolo Maccioni, ed. Arkadia

maccioni“Volevo che lo vedesse. Volevo che vedesse come dietro un portone qualsiasi, in una casa qualsiasi, giacciano sepolte storie come questa. Così è tutta Buenos Aires, così è tutta l’Argentina”.

Un libro è un viaggio. E quando è un bel libro, ti porta lontano …

Ci sono viaggi di cui conosci la meta e parti per il solo desiderio di ritrovarne i sapori, gli odori, i colori. Ci sono viaggi che ti deludono e che forse non rifaresti mai. O ai quali decidi che darai un’altra possibilità. Ci sono quei viaggi che attendi da qualche tempo o che hai sognato a lungo, che non vedi l’ora di intraprendere; e ancora i “viaggi fai da te” perché è bello improvvisare; o quei viaggi in comitiva perché talvolta è necessario non essere soli, c’è bisogno che qualcuno si prenda cura dei tuoi passi, dei tuoi occhi.

E infine ci sono quei viaggi nei quali parti alla ricerca di una cosa … e alla fine ne incontri un’altra.

Questo romanzo racconta un viaggio e una scoperta. Il viaggio è quello che il protagonista compie recandosi in Argentina per ultimare la parte “letteraria” di un’innovativa guida multimediale di quel Paese. Si tratta di legare ai vari luoghi della città le citazioni letterarie della più importante narrativa locale: un modo per raccontare una terra. Ma come spesso accade, anche nelle relazioni tra persone, si corre un rischio, quando si vuole “raccontare” un popolo: la pretesa di “sapere già” rischia di farcelo ridurre all’immagine che ci siamo costruiti, fa cercare solo ciò che corrisponde a quanto già pensiamo, convinti che sia la realtà. E così, come per le relazioni quando non ascoltiamo davvero, tutto e tutti diventano esclusivamente ciò il nostro sguardo ne coglie: un occhio superficiale, che si sofferma esclusivamente su ciò che interessa, è utile … ci rassicura, in un senso o nell’altro.

Ci vuole un’altra narrazione, un’altra guida. Ecco la scoperta.

Ed ecco, allora, che proprio quella guida che il protagonista voleva scrivere materialmente … si trasforma lentamente e inaspettatamente in un “testimone”, un personaggio reale (o un fantasma?) che lo condurrà piano piano a volgere gli occhi altrove, mostrandogli la verità nascosta di certi luoghi, specie quelli che nessuna guida turistica, o letteraria che sia, metterebbero in luce.

Non si tratta del solito romanzo sull’orrore dell’Argentina dei desaparecidos, della “guerra sucia”, delle Madri de Plaza de Majo. Non è solo un reportage, via via sempre più preciso, che descrive fatti in parte conosciuti di una realtà lontana nel tempo e nello spazio, ma che ci riguarda da vicino come neanche forse immaginiamo.

Paolo Maccioni racconta anche e soprattutto un viaggio interiore. Il viaggio di chi comincia a guardare altrove; di chi, magari con riluttanza all’inizio, accetta pian piano di farsi aprire gli occhi abbandonando le proprie pre-comprensioni; e lasciando che tutto questo trasformi la propria vita, la propria visione. Il viaggio di chi apprende l’arte di ascoltare per imparare ad avere “com-passione”.

Personalmente sono stato in Argentina cinque volte, sempre per periodi mediamente lunghi … ma ogni volta aspettandomi di trovare quanto avevo programmato di cercare. Ho letto altri romanzi, racconti, reportage sul quel Paese. Questo però, come in precedenza “Le irregolari” di Massimo Carlotto, ha avuto un effetto dirompente, come se quella realtà della quale sono comunque ben informato, ritornasse a galla in maniera nuova e urgente. Perché essere informato, non significa conoscere: ho tanti amici laggiù e la lettura di questo romanzo mi ha regalato ulteriori “chiavi” per capirli più profondamente e amarli ancora di più.

Ho incontrato questo romanzo casualmente nella libreria dei miei amici, ma non ho potuto fare a meno di prenderlo e leggerlo, appena ho capito di cosa si trattava. E ora, come ogni volta, mi è rinata una gran voglia di tornare laggiù.

Tornerò: ora so cosa voglio cercare

ilgrandepier

 

Breve trama

Buenos Aires. Giorni nostri. Eugenio Santucci giunge nella capitale per portare a termine la parte “letteraria” di una guida innovativa. Fin da subito, nella sua esperienza, si affacciano personaggi particolari, intimamente legati al passato della città e del paese. In un turbinare di eventi, incontri, passeggiate nei “sottoboschi narrativi” della cultura locale, Eugenio si imbatte nel signor Hernández, una sorta di mentore capace di portarlo al cuore e all’essenza vera dell’Argentina. Sarà grazie a lui che Eugenio, persa di vista la sua guida, si calerà nel profondo della storia di una nazione lacerata dalla dittatura, da massacri e assassinii di cui in occidente poco o niente si sapeva. Ecco allora sfilare davanti ai suoi occhi la vita dei circoli letterari, insieme agli squadroni della morte della Triple A, le imprese narrative di Walsh, Borges, del progetto Eloisa Cartonera, di mille uomini e donne che hanno combattuto e sono morte per un’ideale di libertà.

Della Mancanza e dell’abbondanza

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Una novità importante oggi su Quinta di Copertina: Neve, cane, piede di Claudio Morandini, pubblicato da http://www.exormaedizioni.com/

Prendiamo il libro di Claudio Morandini.

Io veramente ho preso proprio Claudio Morandini, all’ingresso della Fiera più libri più liberi e l’ho ringraziato e insultato al contempo per questo piccolo capolavoro di abilità narrativa.

Ringraziato perché non è facile costruire una scena aperta in un ambiente chiuso come la baita dove vive Adelmo Farandola, prima da solo, poi col cane che gli si attacca addosso come una zecca. Cane che a un certo punto, intimorito dalla possibilità di venir mangiato durante il lungo inverno con la neve che isola la casa, parla.

E da qui parte un delirio, non quello dell’autore, il nostro.

Ci troviamo intrappolati nella narrazione di Adelmo/(Morandini?) che scorre liscia pur nella sua apparente incongruenza. Non sappiamo, e non sapremo fino alla fine, quanto c’è di vero e quanto di immaginato, nella testa del protagonista, del cane e dell’Autore di tutto questo.

Ah, il piede. Lo troviamo sepolto dalla neve.

A voi spalare per capire il significato.

Perché ho insultato Morandini quando l’ho incontrato a Roma?

Vorrei vedere voi, di fronte all’Autore che con estrema bravura ha costruito un sentiero di parole, frasi, storie che vi hanno condotto esattamente dove voleva portarvi, fin dall’inizio.

Con lo sciogliersi della neve ha sciolto tutte le certezze che vi eravate costruiti per scoprire nella pozza di fango che niente è come sembra. Mai.

 

 

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armi e bagagli, nazi e vaticano

Armi_e_bagagli_3D-300x423i segreti del vaticano

Dal generale al particolare, così si passa da Palomar, dove si discute su temi generali dell’editoria, a Quinta di copertina, la pagina dedicata al consiglio di alcuni libri degli editori presenti su http://www.satellitelibri.it

Oggi ho scelto alcuni titoli usciti di recente per due case editrici sarde, oppure, che hanno sede in Sardegna ma che offrono una scelta di titoli che può andar bene per tutte le librerie Satellite.

Inizio da “armi e bagagli”, di egg edizioni (qui il link al sito   http://www.eggedizioni.com/prodotto/armi-e-bagagli/ )

Inizio da egg perchè pur essendo un editore nato da poco ha tirato fuori tre titoli interessanti, uno “Bravi e Camboni” su campioni e mezzetacche della storia del cagliari, scritto dal giornalista rai Paolo Piras; poi l’editore si è dedicato alla pubblicazione di uno dei migliori scrittori spagnoli viventi: Carlos Castan, con “La cattiva luce”, e ora appunto ci propone il libro di Enrico Fenzi “armi e bagagli, un diario dalle Brigate Rosse”

Di questo libro devo dire che mi ha colpito la lucidità, da parte dell’autore, del periodo buio dell’Italia, quello in cui molti decisero di passare alla lotta armata come unica scelta per contrastare uno stato definito ingiusto.

E Fenzi, che ha vissuto in prima persona questa esperienza, parte dalle origini della sua militanza, raccontando ambizioni, speranze, drammi e disillusioni, senza mai cadere nella retorica e nello scontato, senza assolvere e condannare, guardando tutto quel periodo con gli occhi di chi veramente ha messo in gioco la sua vita, famiglia, carriera, conoscenze, per aderire al movimento.

Utilissimo per i giovani, per comprendere la storia recente, e per tutti, per ricordare, non perdere la memoria per non ricadere in tanti errori.

Come dice Paolo Piras, nella sua intervista finale all’autore del libro “spesso viene agitato come spettro storico, come termine di paragone, proprio il tempo dei cosiddetti <<anni di piombo>>, come a dire: si rischia di tornare a quella violenza, riconosciamo i prodromi di quella violenza”

E rimaniamo sul tema storico, con ” I segreti del Vaticano, la Santa Sede e il Nazismo” pubblicato da Arkadia Editore nella collana Historica e scritto da Pierluigi Tombetti.

Dopo diversi libri sempre di indagine storica pubblicati con altri editori, e Due altri libri pubblicati sempre con Arkadia, ” L’enigma occulto di Hitler” e ” I giorni perduti, The Rune trilogy”, Tombetti in questo libro, che mi ha tenuto sveglio diverse notti, analizza i legami che da sempre sono intercorsi fra Piazza S.Pietro e diverse organizzazioni che tutto hanno avuto a che fare tranne il cristianesimo e cattolicesimo per come ce li hanno insegnati.

Basandosi su fonti attendibili e documenti finalmente desecretati abbiamo modo di scoprire che molte delle cose che oggi vengono descritte dai due giornalisti scrittori che vanno per la maggiore, e che sono sotto rischio “inquisizione” da parte della Santa sede, hanno origini molto profonde, partendo dai primi anni del secolo precedente, anzi, qualcosa può risalire alla fine dell’ottocento.

La paura di perdere posizione in diversi Stati a maggioranza cattolica ha portato il Vaticano, come si evince dal testo di cui parliamo, a stringere accordi pericolosi, tappandosi il naso in parecchie occasioni, come per la fuga dei nazisti all’estero (sudamerica, paesi arabi).

A corredo del libro ci sono immagini di documenti e foto d’archivio, che da sole basterebbero a far capire come la natura umana e gli interessi personali a volte hanno prevalso e continuano a prevalere sulla religione che ha sempre fatto dell’amore l’un per l’altro la propria base.

Consigliato a:

Chi non vuole limitare le proprie informazioni ai due soli libri in classifica di saggistica.

Chi si occupa di storia, e vuole ripercorrere le strade di sangue e denaro che hanno fatto di parte della chiesa uno Stato più che ricco.

https://www.google.it/search?q=http://www.arkadiaeditore.it/index.php%3Foption%3Dcom_content%26view%3Darticle%26id%3D2362:novita-i-segreti-del-vaticano-la-santa-sede-e-il-nazismo%26catid%3D62:historica%26Itemid%3D33&gws_rd=cr,ssl&ei=VNRSVv7ECYXqUtCKjOgE

Buone letture, e a presto con altri consigli da Quinta di copertina”

Patrizio Zurru

E’ nato il blog di SatelliteLibri

Oggi, 27 Agosto 2015, nasce il blog di SatelliteLibri. Nello sviluppo del progetto questo è un passo fondamentale in quanto riteniamo che dei libri bisogna parlare e bisogna farlo ancor di più dei libri che non hanno la visibilità dei media ma che non per questo sono meno validi. I libri vanno letti, guardati, assaporati, commentati, coccolati, raccontati, recensiti, annusati e noi abbiamo trovato una delle persone che lo sa fare meglio. Patrizio Zurru ha un’esperienza venticinquennale come libraio, collabora con la rubrica “Ho una pagina per capello” al blog “Ho un libro in testa“, è uno degli organizzatori di “Letti di Notte” ed ha creato l’agenzia letteraria “StradeScritte“. Ha una conoscenza profonda sia del mondo degli editori che di quello delle librerie e con la sua cultura letteraria unita alla sua ironia ci offrirà grandi letture.

Dando il più grande in bocca al lupo a Patrizio, vi lascio alle sue parole.

Un saluto

Maurizio Zicoschi